S.M. in Galilea

Il Monastero di Santa Maria in Galilea delle Suore Benedettine della Congregazione Vallombrosana

Il più antico documento che ricorda questo monastero è del 19 novembre 1375: una splendida pergamena dell'Archivio di Stato di Milano, nella quale, sulla fede giurata di quattro fra i più vecchi di Lomello, si testifica del possesso di varie terre, edifici e giurisdizioni che quel monastero aveva da lungo tempo. Nell'anno suddetto il monastero aveva quindi una esistenza più che secolare, risalente forse al XII secolo.

Nel 1463 avvenne nel detto convento un fatto sconvolgente. Fu rinvenuta cadavere, dentro la peschiera, la madre badessa. Si parlò di disgrazia, di delitto, o di suicidio. Fatto sta che un certo "frate Nigro" fu fatto arrestare dal Podestà di Lomello, che scriveva immediatamente al duca di Milano, Francesco Sforza. Questi, a sua volta, informava, in data 11.9.1463, il Vescovo Corrado di Terracina, vicario del Cardinale Piccolomini di Pavia, invocando l'intervento dell'autorità ecclesiastica, affinché disponesse, sotto buona scorta, il trasferimento dalle carceri di Lomello del "frate Nigro", e provvedesse a farne giustizia. Che fine abbia fatto costui e se fosse veramente colpevole del delitto imputatogli, non ci è dato di sapere.

Il Duca in un post scriptum alla sua lettera, raccomandava che a nuova badessa fosse eletta madonna Elena di Sannazzaro. Questo episodio richiama un certo ri lassamento morale nei costumi di quel monastero. Dopo il fatto luttuoso, risulta che il generale dell'ordine vallombrosano, alla cui regola apparteneva il monaste ro, era intervenuto per arginare e porre fine alla dissoluzione morale e religiosa di quel convento. Nella lettera, pare, diretta allo stesso Duca di Milano Francesco Sforza, si manifesta addirittura il proposito di sopprimere quel convento di religio se e di sostituirlo con una comunità di religiosi con titolo di priorato; a tal scopo s'invoca l'autorizzazione del principe ed il suo aiuto contro "un potente", per imposizione del quale era stata nominata a succedere, alla badessa uccisa, una monaca apostata. Non sappiamo chi fosse costei, forse la medesima Elena di Sannazzaro? Pare di sì. Il cumulo delle ricchezze, venuto sempre più crescendo, minava lo spirito religioso della Comunità. Alla pergamena del 1375, si aggiunge il 20 luglio 1392 in favore del monastero, il testamento di Antonio Bottigella, canonico di Santa Maria in Pertica di Pavia; il 23 settembre 1706, donna Maria Anna Teresa Lumelli; il 28 gennaio 1739 Caterina Vannosi. Il suo testamento nominava erede principale il dott. Cesare Corti di San Giorgio, con l'obbligo di far celebrare le messe festive nella Chiesa di Santa Maria in Galilea. Ciò fu oggetto di lunghe liti. Altri beni acquistò il monastero tra i quali quelli avuti, il 5.12.1669, dal Prevosto della Collegiata di Santa Maria Maggiore, Giovanni Battista Grandi. Tra l'altro aveva l'investitura dal Conte Giacomo di Gattinara di Sartirana di due ore d'acqua dal Cavo Biscossi. Il 24 aprile 1730 stipulava il cambio di un podere con la Confraternita del Santo Rosario di Galliavola e il 21 marzo 1754 acquistava un terreno con i denari forniti dalla suora professa donna Maria Leardi, la quale otteneva, con la rendita annua del podere, di introdurre in convento l'usanza di tenere accesa, di notte, la lampada nel dormitorio. Le notizie prese dagli Archivi di Stato di Milano, Torino, e Pavia non si esauriscono qui, infatti il convento possedeva beni anche in Mede, Ottobiano, Pavia, Semiana, Breme, Galliavola ed in altri Comuni limitrofi. Molte le liti nelle quali il monastero si trovava immischiato. Ricordiamo solo quella nel secolo XV insorta fra esso e Galeazzo di Grumello per il possesso di: "Buxiana" località nelle vicinanze di Lomello, occupata violentemente dal Grumello. Con le liti, nasceva il bisogno di nominare procuratori. Pochi esempi: Don Averardo Picchiotti, priore e confessore delle suore, è da queste e dalla loro badessa, Maria Rossanese Monaci, nominato procuratore con atto 27.8.1728. Nel 1759 era badessa donna Maria Saveria Mina. Nel 1777 la badessa donna Maria Cecilia Meardi, da Casale, nominava procuratore, con atto del 14 agosto, Vittorio Amedeo Rossi, procuratore in Torino perché comparisse davanti alla Regia Camera per difendere il diritto che il Monastero godeva "ab antiquo" di esigere dalla comunità di Rosasco in Lomellina, un censo annuo sul sale.

La clausura del monastero si estendeva per sedici pertiche pavesi, con orto, giar dino, peschiera e vigna. La chiesa era pubblica ed antichissima. Fu rifabbricata nel 1417 dall'abate Eliseo Confalonieri O.S.B. Nel 1576 il visitatore apostolico la tro­vò: "in volta, ben ornata, con tre altari in ordine: il maggiore di marmo; uno de dicato a S. Benedetto; l'altro al riformatore San Giovanni Gualberto. Vi erano delle belle pitture". Nel 1645 il Vescovo di Pavia visitò la clausura. Nel 1760 il Cardinale Durini, vescovo di Pavia, visitò la chiesa, il coro, poi entrò nella clausura, ricevuto dalla badessa e dalle suore e trovò tutto in ordine. Nel 1615, il 1° giugno, papa Alessandro VII concesse l'indulgenza plenaria a chi visitasse la chiesa il 25 marzo, festa dell'Annunziata. Nel 1600 le monache velate erano 52 e le converse 12; nel 1700 le velate erano ridotte a 10 e le converse a 5. Le guerre e le liti rovinarono il convento. Le monache furono costrette, a più riprese, a fuggire ed a rifugiarsi a Pavia. Riuscirono sempre a tornare nel loro monastero per gli aiuti loro forniti dai Vallombrosani, sotto la cui giurisdizione rimasero sino al 20.7.1792. In quest'anno, essendo stata soppressa la badia di San Benedetto di Vercelli, il convento passò sotto la giurisdizione del vescovo di Pavia. Nel 1805, 6 di luglio, il monastero fu unito a quello di S. Agata di Lomello, con lo scopo di salvarlo dalla soppressione, decretata dalle leggi napoleoniche. Il monastero fu soppresso però nel 1810 e definitivamente chiuso il 3 giugno dello stesso anno fra le lacrime delle monache. Così riferisce al vescovo di Pavia, con lettera del 3 giugno dello stesso anno, il vicario foraneo, prevosto Antonio Maffei di S. Maria Maggiore: "Un bacio bagnato di lagrime, alcune parole interrotte da singhiozzi furono l'ultimo addio che le suore si diedero, e piangenti le une e le altre sen partirono al loro destino nel nome di quel Dio, che fedelmente servirono". Queste parole sono riferite dal padre Pianzola che fece una visita alla chiesa parecchi anni or sono: "...trovai ancora parte del fabbricato e la chiesa cadente ridotta a caseificio. E' lunga circa 30 metri e larga 8 con ampio coro. La struttura è romanica con rifacimento barocco...". Descrive poi l'interno dove ancora si scorgevano dei dipinti di santi. La facciata quattrocentesca. Traccia del chiostro. Tra i campi del convento, anticamente, vi era un oratorio detto: "S. Maria in Predio", appartenente a S. Maria in Galilea. Per il suo stato pericolante, ne fu ordinata la distruzione nel 1576.

La soppressione pose fine ad una vita quasi millenaria, nella quale si alternarono, come anche per il monastero di Sant'Agata, virtù eroiche, grandezze, lotte, delusioni ed anche episodi non edificanti. In essi, molti poveri trovarono sempre un'accoglienza umana ed il pane per sfamarsi.