Feudalesimo

Ci pare opportuno, a questo punto, premettere alcune note di storia generale europea ed italica dei secoli IX e X.

Dall'814, morte di Carlo Magno, comincia una lenta dissoluzione dell'impero da lui voluto ed organizzato. Questa crisi fa sì che i marchesi e i conti aumentino sempre più il loro potere a scapito di quello imperiale, dando così corso al fenomeno del feudalesimo. Esso sarà una delle cause del crollo dell'impero.

Approfittando infatti delle lotte intestine e successive spartizioni fra i discendenti di Carlo Magno, i marchesi e i conti si trasformano da funzionari in signori autonomi, riducendo a feudo le terre a loro concesse, fino allora, unicamente per la sola durata della carica. Questa situazione viene riconosciuta di fatto nell'887 dall'imperatore Carlo il Calvo, nel Capitolare di Kiersy, che comprendendo l'impossibilità di ritornare alla situazione di prima, presenta, come una concessione imperiale, il possesso ereditario dei feudi maggiori, che era già una realtà acquisita. Il feudalesimo è un sistema politico sociale sorto sull'esistenza del feudo, ossia di una terra, nella cui costituzione giuridica sono riuniti 3 elementi: 1) del beneficio (concessione della terra); 2) del vassallaggio (rapporto di fedeltà dell'infeudato verso il signore concedente; 3) della immunità (trasferimento di alcuni diritti sovrani al detentore della terra).

Esso non è solo una organizzazione giuridica, ma un tipo particolare di civiltà, sorta per l'affievolimento del potere centrale e rispondente ad un complesso di esigenze politiche e sociali (coprire il vuoto lasciato dallo stato; passaggio del potere politico nelle mani dell'aristocrazia terriera; economia agricola chiusa). In Italia intricatissime e perniciose lotte fra i vari pretendenti alla corona d'Italia ed Imperiale, gettano la penisola e, in special modo le nostre regioni, in uno stato di anarchia e di prostrazione. Come non bastasse, nel periodo dall'800 al 961 si aggiungono le invasioni dei Saracéni (arabi) e degli Ungari (Màgiari), stanziatisi in Pannonia. Questi ultimi ci interessano da vicino, perché le loro incursioni sono limitate all'Italia superiore; affini agli Unni, avevano le stesse tecniche di battaglia e gli stessi costumi. La loro prima folata è dell'899; fecero danni immensi soprattutto stragi e distruzioni anche di edifici sacri, quasi sempre, invece, risparmiati nelle contese feudali. Ritornarono in Pannonia, dopo aver inflitto una grave sconfitta a Berengario I, che aveva osato affrontarli al Brenta. Vennero poi nel 940 e nel 951, quando subirono una definitiva sconfitta da parte dell'imperatore Ottone I in Germania, dove si erano arditamente spinti. Ritornati in Pannonia, che poi da loro prenderà il nome di Ungheria, si convertirono al cristianesimo ad opera del loro sovrano Stefano I Wajk, il "Santo" (duca nel 995, re con titolo di "Apostolico" 15.8.1000).

Il feudalesimo, nel medio evo, ebbe una funzione positiva che fu quella di colmare, con l'autorità del Signore, il vuoto lasciato dall'autorità statale e di propiziare la trasformazione sociale di quei secoli, cioè il passaggio del potere politico in mano all'aristocrazia terriera.

Si è parlato prima delle Contee (Comitati) e delle Marche, create in Italia dall'impero carolingio. In questo contesto troviamo inserite le vicende dei conti di Lomello.

L'origine del Comitato di Lomello può essere fatta risalire a Carlo Magno, per accenni trovati in vari e sparsi documenti. La massima parte degli storici, afferma che questo Comitato appare come uno dei primi istituito dai Franchi, dopo la conquista sui Langobardi.

In un documento del 913 circa, re Berengario, ad istanza di Adalberto, suo genero e di Grimaldo, marchese dell'Italia-Austria (così si chiamavano allora le regioni dell'Italia nord-orientale), concede ad "Autberto vicecomiti" un manso (cioè un podere) "situm de Comitatu Laumellino" (posto nel Comitato di Lomello).

Lo storico Zucchi vede in questo "Autberto vicecomiti" un visconte del Comitato di Lomello. Infatti, quando l'unità della marca non si era ancora frazionata, si designava un "vicecomes" quale rappresentante del marchese in ogni Comitato. Il comitato di Lomello faceva parte della potente e vastissima marca d'Ivrea insieme a quelli di Pombia, Bulgaria, Stazzona, Acqui, Alba, Asti, Bredulo, Auriate, Torino, Ivrea e Vercelli, ed anche dopo lo smembramento di essa da parte di Berengario II, Lomello continuò a far parte della marca d'Ivrea.

I primi conti di Lomello, conosciuti nella storia, sono i Conti "Palatini". Fu dato loro questo titolo perché ministri dei Sacro Palazzo Imperiale.

Tralasciamo tutte le vicende e congetture che fanno di Manfredo di Mosezzo il padre del primo Conte di Lomello, Manfredo V, o che portano ad altre discendenze più o meno provate da documenti o da avvenimenti nel corso del X secolo e che si concludono senza discendenti del supposto conte di Lomello.

La maggioranza degli storici è concorde nel designare Cuniberto già giudice del Sacro Palazzo, poi conte del Comitato lomellino, come il capostipite dei conti Palatini di Lomello. Era fratello di Pietro, vescovo di Corno e cancelliere imperiale di Ottone III e Arduino d'Ivrea.

Fu nominato nel 990, quando si delineava una schiarita nell'orizzonte politico e sociale italico. A Cuniberto, forse dopo il 996, quando ormai il titolo e l'autorità comitale erano diventati ereditari nella famiglia, successe il figlio Ottone I, che, nell'anno 1000 accompagnava l'imperatore Ottone III alla visita della tomba di Carlo Magno in Aquisgrana.

Nell'anno successivo lo stesso fu nominato protospatario, poi conte di Pavia in sostituzione di Bernardo, e conte del Sacro Palazzo, in sostituzione di Ardoino, conte di Bergamo, entrambi ribelli all'imperatore ed alla presenza di quest'ultimo teneva plàcito in Pavia (cosi il Baudi di Vesme e L.A. Muratori). Nel 1002 muore l'imperatore Ottone III e si riaccendono le lotte fra i suoi fautori e quelli di Arduino d'Ivrea, che viene nuovamente proclamato re in Pavia. Dopo una discesa del nuovo imperatore Enrico II in Italia, nella quale viene incendiata Pavia, ed il suo rientro in Germania, riprende la fortuna di Arduino, che nomina Conte di Pavia il proprio secondogenito Ottone, costringendo il nostro Ottone I, conte del Sacro Palazzo, a rifugiarsi nella munita rocca di Lomello, dove rimase parecchi anni, anche dopo la caduta di Arduino.

Ottone I di Lomello riacquista le proprie prerogative dopo il 1015 ed è ricordato come conte del Sacro Palazzo e conte "istius comitati ticinensis" in una carta di donazione ("Antiquitates Italicae" di L.A. Muratori). L'anno della sua morte non è certo, ma un Ottone interviene ancora, come conte palatino, in Pavia, al sinodo indettovi da Papa Benedetto VIII nel 1022.

Pochi anni dopo, Ottone II, succeduto al padre, è costretto a riparare definitivamente a Lomello dal popolo pavese, insorto ed intenzionato a costituire un libero ordinamento comunale. Di Ottone II è scritto ancora in una carta del 1041 (ricordata da Domenico Carutti). Dopo questi anni la successione dei conti di Lomello si fa incerta. Comunque nel 1112 l'abate del monastero di San Pietro in Ciel d'Oro di Pavia, chiedeva al conte del Sacro Palazzo Guidone dei Conti di Lomello, di recarsi a Pavia per giudicare di una controversia tra il monastero e parecchi signori, sul possesso del porto dell'Olona presso Lardirago. Quella dei conti palatini di Lomello era dunque una posizione preminente nel regno italico, ed implicava la responsabilità di presiedere i plàciti generali, in assenza dell'imperatore.

Nel sec.XI la lotta per le investiture ecclesiastiche e il movimento delle crociate favoriscono il disgregarsi del mondo feudale; al suo posto subentra il Comune, che ha una origine varia e derivante sempre da una associazione privata, costituita da un gruppo di persone, vincolate da giuramento "coniuratio volontaria", estesasi poi fino al punto da coincidere con l'intera città, dando così origine a tre tipi di comune: comune cittadino, comune di contado e comune rurale.

Quasi sempre di origine aristocratica, il comune è retto da una governo consolare (i primi consoli a Pisa nel 1085).

Intanto, dopo la morte dell'imperatore Corrado III della casa di Franconia veniva eletto a tale dignità nel 1152, Federico I di Hohenstaufen detto il Barbarossa (o enobarbo, cioè barba di bronzo) col titolo di re dei Romani e di Germania. Sua principale preoccupazione era quella di restaurare l'autorità imperiale, caduta in basso nel precedente periodo, sia in Germania che in Italia. Si proponeva di realizzare il suo piano, sia con la forza delle armi, sia con la diplomazia, sia con argomenti giuridici. Ciò provocò l'opposizione dei comuni, del Papa, e di quanti altri temevano la sua politica. Pavia si allea all'imperatore contro Milano ed il conte di Lomello, per accorgimento politico o per vendicarsi delle antiche ingiurie, sì schiera con Milano contro Pavia ed il Barbarossa. Seguono una lunga serie di sconfitte e di vittorie, di incendi, di saccheggi dall'una e dall'altra parte. I pavesi assediano Lomello, prendono la rocca per tradimento e la distruggono insieme con il borgo, come risulta da varie fonti. Non c'è unanimità, né certezza tra gli studiosi nel datare questo avvenimento. Alcuni lo pongono nel 1155, anno in cui Federico I, è incoronato re d'Italia a Monza ed imperatore in Roma, mentre, per esempio, il G. Biscaro dimostra che questo fatto si deve datare tra il 1140 e il 1145. L'avvenimento comunque dovette suscitare enorme impressione se il vescovo Ottone di Frisinga (De rebus gestis Frid. Imp.) e il poeta Ligurino ne scrivono con dovizia di particolari, sottolineando la presa di Lomello per tradimento. Galvagno Flamma scrive in modo lapidario a questo proposito: "Insuper ceperunt castrum de Lomello et funditus everterunt", "Inoltre presero la rocca di Lomello e la rovesciarono dalle fondamenta".

Il Comune di Pavia, inoltre, aveva imposto ai conti di Lomello di tenere, quali sudditi, la propria residenza anche nella città.

Da questo momento in poi i Conti Palatini, si disperdono nei vari castelli del Comitato lomellino, dando origine a numerosi rami della famiglia che, conservando il titolo generico di conti palatini di Lomello, assumono il titolo specifico del luogo dove dimorano: conti di Langosco, Mede, Albonese, Nicorvo, ecc.

Nel 1157 Milano, ricordando l'aiuto del conte di Lomello, manda una buona parte dei suoi abitanti (quinque portas - di 5 porte), a riedificare il castello ed il borgo di Lomello, con la spesa di "ultra quinquagintamilia marcos argenti"; oltre 50.000 marchi di argento. I lavori furono poi interrotti probabilmente a causa della nuova discesa in Italia del Barbarossa, nel 1158. Milano, preoccupata dell'avvicinarsi di Federico, ritirò le proprie milizie a difesa di Lomello e così anche quelli che attendevano alla ricostruzione del Borgo, che rimase perciò incompiuta e forse, qualche anno più tardi, portata a termine dai privati cittadini.

Dopo questi avvenimenti la politica cambia faccia ed i Conti di Lomello, lusingati dalle promesse imperiali, passano dalla parte dell'imperatore ed ottengono moltissimi privilegi, confermati più tardi anche da Federico II che, con diploma del febbraio 1219, dato da Spira (Germania), confermava ai nostri Conti la potestà di creare notai, di legittimare figli illegittimi, e di portare la spada imperiale in Lombardia. Altri diplomi vengono concessi in seguito, ma ormai il comitato di Lomello non era più di questa famiglia. Possiamo dire però che i Conti Palatini mantengono sempre nel XIII secolo la qualifica di vicari imperiali.

Tutte le vicende sopra riportate non fanno che mettere in evidenza la posizione strategica di questo borgo in quel tempo lontano.

Moltissime le cariche occupate dai Conti Palatini in tutta l'Italia settentrionale, che noi tralasciamo, non essendo importanti per Lomello.

Ricordiamo il ramo Langosco: Filippone ed anche Guido o Guidone, vescovo di Savona ed altri di cui tratteremo nella terza parte dedicata ai personaggi.

Il paese viene poi coinvolto nelle beghe delle fazioni pavesi intorno al 1270. Nel 1289 a Lomello fu stipulato il trattato di pace fra il Monferrato, i Pavesi ed il conte Filippone di Langosco dei conti di Lomello. Riprende la guerra nel 1301: Matteo Visconti, mentre assedia Garlasco, tenuto da Filippone, manda ad incendiare Lomello.

Nel 1313 il conte Filippone, che teneva in signoria la città di Pavia, cade prigioniero dei Visconti e suo figlio Riccardino muore in combattimento nel 1315, durante l'assedio di Pavia. Gli storici concordano nel dire che, con loro, si spegne il ramo diretto di questa nobilissima famiglia. Nel 1312 Lomello è invasa ancora una volta dal principe di Acaja, alleato del Monferrato. Dopo un breve dominio del Marchese del Monferrato, Lomello, con la Lomellina, passa sotto la signoria dei Visconti e farà quindi parte del ducato di Milano con i Visconti e poi con gli Sforza (1450-1535).

La rocca di Lomello, dopo la già citata distruzione e parziale ricostruzione, pare sia stata smantellata nuovamente anche se non ci sono documenti che lo provino. Essa fu poi spostata nel luogo dell'attuale castello (castrum novum), mentre prima si trovava nell'arca della basilica di Santa Maria Maggiore (castrum vetus). Nel 1375 un documento ricorda una proprietà, delimitata da un fossato del "castri noui" e da quello del "castri veteris". Negli anni 1930 alla strada che gira intorno alla Basilica di S. Maria e che costeggia le mura tardo-romane dal lato ovest è stato dato il nome di via Castrovecchio.